Sentieri Urbani: Buone pratiche di ri-uso del territorio

Ho collaborato alla realizzazione di un numero monografico della rivista “Sentieri Urbani”, portando un contributo sulla val di Cembra e proponendo una serie di altri articoli. Di seguito potrete leggere il mio intervento. La rivista è interamente visibile in pdf al link:

http://www.sentieri-urbani.eu/rivista_sentieri_urbani/Sentieri_Urbani_015.pdf

baite sotto faver
Sentieri Urbani: baite sotto faver

I posti determinano i materiali, i posti determinano il tipo di coltivazione e di viabilità.
Poi diventa un circolo che si autoalimenta e se tutte queste cose determinano il carattere ormai sedimentato di una popolazione, è anche vero il contrario. (E. G. Cecchi)

Questo articolo sulla Valle di Cembra è ricavato da una guida di prossima pubblicazione (1): partendo da un’ampia e necessaria analisi storica e sociale, verranno evidenziate le nuove forme di sviluppo agricolo. Una relazione forse più della cultura, degli studi e delle esperienze come metodo necessario per ripensare un territorio, che dei sistemi di coltivazione. Dopo una descrizione geografica del paesaggio agricolo, si parlerà delle antiche Regole e del ruolo del sacro: due elementi fondanti e sedimentati nella cultura locale. Quindi verranno esposti gli interventi che hanno interessato la collettività in ambito agricolo ed i progetti in corso.

Solcata dal torrente Avisio che dalla Marmolada confluisce nell’Adige all’altezza dell’abitato di Lavis, a nord di Trento, occupa una superficie di circa 135 kmq comprese tra la quota minima di 240 metri alla forra di Lavis e i 2452 metri del Lagorai. È caratterizzata da piccoli centri abitati, adagiati su pendii o al limite di pianori di origine glaciale.
Le prime testimonianze di insediamenti risalgono all’età del bronzo: tra i reperti anche una serie di falcetti utilizzati nella lavorazione dei campi. Le aree abitate erano sicuramente quelle climaticamente ben esposte e con facilità di vita stanziale, necessarie all’agricoltura.
La particolare conformazione e la discreta distanza dal fondovalle hanno garantito nel corso dei secoli un isolamento sociale e culturale dei centri abitati, collegati fino a metà Ottocento da mulattiere o sentieri poco praticabili.
La Valle di Cembra è una valle orizzontale
La Valle di Cembra è caratterizzata dalla presenza di elementi paesaggistici specifici, che la rendono in tal modo suggestiva ed unica. Se pensiamo alla Valle in termini puramente geometrici, si potrebbe dire che è definita prevalentemente da tre tipi di linee: orizzontali, oblique e verticali.
Le linee orizzontali sono quelle prevalenti, determinate dalle centinaia di chilometri formanti le murature a secco. Costituiscono, di fatto, la volontà secolare degli abitanti, di agevolare il lavoro dei campi, con il fine di rendere omogenea la lavorazione. La coltivazione della vite con il sistema “orizzontale” della pergola trentina è rimasto tale per centinaia di anni: l’introduzione di filari verticali e coltivazioni tipo Guyot (2) è relativamente recente.
L’orizzontalità del paesaggio è quindi definita dalle murature a secco che, in ragione della loro posizione geografica, cambiano “trama e ordito”. La pietra prevalentemente utilizzata è il porfido, da sempre la matrice di tutte le costruzioni, di cui possiamo notare, particolarmente in sponda sinistra, lo sfruttamento delle cave. Nella tessitura generale, le murature a secco sono definibili in due categorie prevalenti, distinte per tipologia di pietra utilizzata: a spacco da materiale reperito in cava e quindi lavorato; naturale, se la pietra è recuperata in loco nel corso della bonifica dei depositi glaciali o se raccolta direttamente nel greto del torrente Avisio. Questa diversa tessitura è quindi collegata alla distanza dall’Avisio o dai suoi affluenti che, oltre a garantire la materia prima per la realizzazione delle murature a secco, fornivano i sassi per la produzione della calce, utilizzata poi nelle costruzioni civili. La realizzazione con le pietre raccolte dal torrente, arrotondate dai millenari processi di levigatura, prima dai ghiacciai e successivamente dall’impeto dell’acqua, necessitava certamente di maggiore abilità e competenze costruttive, un’arte che ormai è quasi scomparsa. Nelle murature realizzate con pietra a spacco di cava, distanti talvolta anche diversi chilometri, è possibile notare la diversa composizione geologica della pietra che è diversa zona per zona.
Le linee oblique sono rappresentate dalle numerose strade che dai centri abitati si diramano sinuosamente nell’orizzontalità dei campi. Prendono ognuna un proprio nome in un rapporto di convivenza e familiarità, forse un modo non solo per distinguerle o catalogarle, ma anche di rispettarle e di farle “proprie”. Le linee oblique disegnate dalle Cavade, ora divenute strade interpoderali, immettono principalmente nei fondi agricoli (3). Le località di campagna a loro volta rivelano una toponomastica molto articolata, spesso una chiave di lettura per comprenderne la storia: tra i nomi con radice che rammenta l’attività agricola ritroviamo Ceole (4); località che prendono il nome dall’antica viabilità sono Camin e Sorapont; nomi che rivelano la presenza di acqua sono invece Ischia e, secondo la lettura sinora proposta, Saosent; molto diffusi i nomi collegati alla produzione o situazione agricola, quali Nogarè, Nogarìo (con il significato di “bosco di noce”), Ronch, (che rammenta la messa a coltura di nuovi terreni, i “ronchi”) e Casele o derivanti dalla presenza di antiche chiese come San Giorgio, Floriano, Leonardo, Rocco. I “collegamenti obliqui” conducono talvolta a masi tuttora esistenti, documentati a partire dal XIII secolo in diversi urbari, tra cui quello dei Conti di Tirolo (5). I masi possiamo considerarli come un prototipo dell’abitato tradizionale cembrano. Costruire, significa collaborare con la terra, imprimere il segno dell’uomo su un paesaggio che ne resterà modificato per sempre (6).
I centri abitati si sono sviluppati in totale simbiosi con il territorio circostante: quello che inizialmente poteva essere un insediamento famigliare si è di volta in volta esteso privilegiando le costruzioni lungo le vie/strade/sentieri costruiti nel corso del tempo, o edificando insediamenti autonomi e staccati -masi- con un contorno delineato e preciso. Il maso si costruisce per elementi fondanti unici e necessari: la stalla, la cantina, la cucina e la stanza. Il sottotetto o un edificio adiacente serviva da fienile. I figli maschi tradizionalmente continuavano a vivere nel maso costruendosi per loro una cucina ed una stanza in aderenza a quella del padre o spesso vivendo tutti negli stessi spazi. Le baite sparse nella campagna invece, erano costruite come deposito e stalla per l’animale che i contadini si portavano appresso: due livelli, due porte, due destinazioni diverse ma fortemente legate.
Se la casa è intesa come il luogo di coabitazione tra uomo e animali, è necessario prevedere nei suoi spazi limitrofi quanto necessario alla vita di entrambi. Spazi coltivati, fasce, la cui distanza è proporzionale alle necessità primarie. La prima fascia a ridosso delle abitazioni è occupata quindi dagli orti, risorsa alimentare che necessita per cure e gestione di una presenza pressoché quotidiana. Quando è possibile, sono esposti verso sud e riparati dai venti freddi che giungono da nord.
La seconda fascia è costituita dalla campagna coltivata, con precedenza ai terreni da arare e seminare per garantirsi quelle risorse essenziali da conservare e consumare nella stagione fredda.
La terza fascia, fino a quote idonee, è occupata dai vigneti, disposti orizzontalmente sui campi terrazzati e più raramente da frutteti.
La quarta fascia è invece uno spazio destinato alla fornitura di legna, legname e foraggio per gli animali: comprende il bosco e i pascoli.
La terra e le sue Regole
Nel Medio Evo, la maggior parte delle Alpi erano abitate da contadini liberi, fatto questo abbastanza insolito in un’Europa in cui era diffuso l’istituto della servitù della gleba (7). Le popolazioni residenti hanno quindi beneficiato nel corso dei secoli di particolari privilegi che garantivano una sorta di autogestione del territorio, dove in cambio del diritto di coltivazione -raggiunto grazie al dissodamento di territori boscati e spesso impervi- veniva versata la Decima al signore a capo della giurisdizione. Esistevano delle leggi molto severe per la gestione e coltivazione del territorio: un sistema di controllo pubblico che prendeva il nome di Regola/e.
L’Istituto delle Regole era una consociazione delle famiglie originarie (8) del luogo che avevano proprietà e diritti in comune di boschi e pascoli rigorosamente indivisi. I primi documenti scritti a partire dall’inizio del millecinquecento ci confermano questa particolare forma di libertà ed autonomia. Forniscono informazioni utili alla comprensione di alcuni aspetti della vita sociale ed economica delle comunità rurali di un tempo.
Nelle regole dei vari comuni della Valle possiamo ritrovare ad esempio l’obbligo di recintare i campi, il divieto di portare i cani nei campi durante la vendemmia, la data di inizio della stessa e tutta una serie di risarcimenti per eventuali danni provocati da terzi o da animali altrui al pascolo. Tra i divieti più curiosi, quello di “vagare per la campagna, ovvero nelle valli”, al mattino o alla sera, rispettivamente prima e dopo i rintocchi dell’Ave Maria. Importanti poi le figure di sorveglianza dei boschi e delle campagne (saltàri) che duravano in carica un anno. Sia i campi, sia i boschi erano coltivati: vigevano regole severe per il taglio delle piante con particolare attenzione a quelle destinate alla costruzione delle pergole. Era anche prevista una riserva pubblica di legname: ecco allora che ogni paese aveva il suo bosco protetto, dove il taglio era concesso solo per opere pubbliche o in seguito a gravi calamità. Il toponimo di questo bosco è ancora presente in molti comuni e varia da Gaggio, a Gazzi, a Ga-ch.
La terra e il sacro
Il simbolismo religioso è un’impronta presente e distinguibile su tutto il territorio sotto forma di edifici per il culto ma anche in forma di simboli “minori”: lapidi o croci a ricordo di morti tragiche, crocefissi o capitelli che segnano l’incrocio di strade, o posti a protezione di un passaggio sull’acqua; qualche grande croce, a ricordo della sepoltura sempre fuori dall’abitato, dei morti per colera o peste.
I capitelli -già presenti in epoca romana- sono collocati presso le diramazioni delle strade o crocevia, luoghi ritenuti d’incontro tra sacro e profano. Luoghi che quindi dovevano essere protetti.
Tra i riti religiosi c’erano le rogazioni, dal latino rogatio, preghiera: pubbliche processioni di supplica, accompagnate dalla recita delle litanie dei santi, compiute per propiziare un buon raccolto. Era una pratica già presente prima del cristianesimo che, intollerante verso questo culto pagano legato visceralmente alla madre terra, tentò di abolirlo introducendo al suo posto analoghe devozioni.
Questo antico rituale è ancora in auge in pochi paesi e si celebra con processioni primaverili in direzione dei luoghi della fede esterni all’abitato, o che almeno lo erano prima dell’urbanizzazione diffusa; questi luoghi rappresentavano una sorta di finisterrae del paese. Era una specie di benedizione del territorio: un rituale per tener fuori dal sacro recinto, marcato con il passaggio della processione, il male; una sorta di esorcismo. Non a caso, tutte le leggende e racconti delle Guane/Uane, Cavezai, Om selvadek, trovavano ambientazione oltre questo confine, dove il terreno non era sacralizzato. La processione ha lo scopo di battezzare la terra, rendendola immune dagli attacchi malevoli; in questo modo entra a far parte della comunità.
L’abbandono
Come la maggior parte degli abitati di montagna, un notevole calo demografico si è manifestato in corrispondenza dei grandi flussi migratori in particolare verso l’America tra fine Ottocento ed inizi Novecento e verso il fondovalle, con la richiesta di manodopera nel settore industriale in pieno boom economico post bellico. L’alluvione del novembre1966 con le esondazioni dell’Avisio e le numerose frane, ha decretato la fine dei pochi masi ancora abitati non solo della parte alta della Valle, ma anche dei vicini comuni di Capriana e Valfloriana.
All’abbandono delle case nelle piccole frazioni legate ad economie agricole di sussistenza, è conseguito l’abbandono della terra, innescando un processo di rinselvatichimento del territorio. Hanno resistito a questi fenomeni solo i centri della bassa e media valle mantenendo la loro forte vocazione agricola. Poi, paesi Come Albiano, Lona, Lases nel secondo dopoguerra si convertono alla coltivazione delle cave di porfido soppiantando completamente l’agricoltura.

Tutte queste premesse ci aiutano a comprendere il forte legame con la terra e il profondo rispetto maturato nel corso del tempo.
Buone pratiche di ri-uso del territorio
L’agricoltura ed in particolare la monocultura della vite, dopo un calo sensibile durato diversi decenni, ha visto un recupero di terreni abbandonati grazie anche a sistemi di meccanizzazione e all’introduzione, oltre che a nuove metodologie di coltivazione, di vitigni adatti al clima ed ai terreni cembrani.
E’ dei primi anni Ottanta del secolo scorso la prima Carta Viticola ad opera della locale Cantina Sociale, documento che modificherà il modo di coltivare ed intendere il vigneto.
Alla Carta fece seguito alcuni anni dopo il “Progetto Qualità”, necessario per differenziarsi e farsi conoscere in un mercato sempre più esigente ed attento alle specificità territoriali. Da questo momento la produzione della Cantina “fu orientata verso forme di conduzione integrate con limitazione della concimazione chimica a favore dell’utilizzo di concimi organici, all’adozione di tecniche di difesa meno generiche e più mirate al patogeno ed alla sua fase di sviluppo, all’introduzione di pratiche agronomiche di gestione a verde del vigneto, moderne ed efficienti, per il controllo dell’equilibrio vegeto-produttivo, quali il diradamento e la defogliazione” (9). Si ottengono con queste modalità vendemmie selezionate e differenziate, dove tutto il ciclo vegetativo è assistito e seguito dai produttori grazie anche alla formazione teorica dispensata dalla Cantina stessa.
Segue quindi la Zonazione, un progetto interdisciplinare teso a individuare l’ambiente ideale al raggiungimento della massima espressione qualitativa dei propri vini. A questo progetto appartiene l’elaborazione della Carta dei suoli, una vera e propria mappatura dei terreni ad uso vitivinicolo. Ne individua le varie tipologie allo scopo di acquisire precise e più vaste conoscenze scientifiche da tradurre poi in conoscenze per il miglioramento complessivo del prodotto, dell’immagine e della commercializzazione. La zonazione tiene conto inoltre di fattori come il clima, le condizioni geo-pedologiche, la pratica agronomica, l’altitudine, l’esposizione, la giacitura, tutti presupposti per determinare la qualità dei vini. Il progetto ha interessato circa 2000 ettari ubicati tra Trento e Salorno e fra Lavis e Grumes.
Recitano un ruolo importante anche le cantine private e si osservano a partire dagli anni Novanta il recupero di terreni abbandonati o non più redditizi; talvolta sono delle vere e proprie sfide per reinvestire a quote quasi proibitive (800/900 mslm) in vigneti sperimentali che aprono nuovi orizzonti colturali. Viticoltori che diventano precursori delle tendenze più recenti, indirizzate alla riscoperta di territori e prodotti autoctoni, abbandonando sempre più spesso la coltivazione dei vitigni internazionali.
In questo processo di ripensamento viticolo, le pergole a filari orizzontali iniziano a sparire, lasciando il posto ai filari a parete verticale: forse l’unico neo di questa rivoluzione colturale.
Se da una parte i comuni ad alta vocazione viticola hanno visto recuperate ormai tutte le zone agricole abbandonate a quote inferiori ai 650 metri grazie anche alla sistemazione della viabilità interpoderale, dall’altra rimangono i comuni dell’alta Valle e quelli soggetti alla massiccia coltivazione delle cave di porfido con la quasi totalità di terreni ancora incolti ed abbandonati. Le principali difficoltà di recupero di questi terreni sono dovute all’alta parcellizzazione agricola e molto spesso alla carenza di strade idonee alle moderne lavorazioni. Solo in parte il completo abbandono è stato bloccato grazie all’introduzione a partire dalla fine degli anni settanta, della coltivazione dei piccoli frutti e sporadicamente di fiori ed erbe officinali, consentendo così l’insediamento di nuove aziende agricole, bloccando in parte la continua emorragia demografica.
Un territorio che dialoga: socialità economia cultura
Uno dei punti di forza del mantenimento, e quindi anche del recupero, dei terreni agricoli è dato dalla capacità di lavorare in gruppo, stabilendo al proprio interno metodi, criteri e regole. Che sia qualcosa di insito nella cultura locale pare scontato: forse le Regole centenarie hanno sedimentato nella popolazione un senso civico e di collaborazione altrimenti inspiegabile. Ma vi è anche una voglia di conoscere e scandagliare il territorio da parte dei suoi abitanti, riscoprendo quei luoghi abbandonati o fino ad oggi semi-sconosciuti. Tra camminate promosse da associazioni locali, festival teatrali, incontri e proposte didattiche, nel corso dell’ultimo decennio è nata la consapevolezza del patrimonio agricolo presente.
Poi i corsi di formazione, seminari e dibattiti proposti direttamente dalle cooperative per formare i propri soci o da enti che scommettono sul territorio come risorsa per le generazioni future.
Tra i ruoli primari quello dei Consorzi di miglioramento Fondiario, presenti pressoché in tutti i paesi, che garantiscono e gestiscono tutta una serie di servizi necessari all’agricoltura quali la viabilità, l’irrigazione o il riordino fondiario come nel caso di Grumes. Qui un terreno completamente abbandonato di circa 20 ettari, suddiviso tra un elevato numero di proprietari è stato completamente bonificato all’interno di un progetto che ne prevede poi l’assegnazione preferibilmente a nuove e giovani imprese agricole.
Grumes è un caso a sé: da alcuni anni è in corso una radicale trasformazione legata al territorio ed avviata grazie alle politiche di formazione ed informazione avviate dall’Amministrazione comunale, dalla società di Sviluppo Turistico Grumes e dalla Rete delle Riserve Alta Valle di Cembra-Avisio. Si è instaurata cosi “una rete di coesione locale molto dinamica, che in un progetto di lungo periodo ha portato una comunità di poco più di 400 abitanti ad avere un fermento in termini di progettualità ed associazionismo piuttosto evidente” (10)
Non è un caso se il lavoro in sinergia proposto in questo piccolo Comune, abbia portato il paese ad essere la più piccola città slow del mondo (11). L’importante riconoscimento gli è stato assegnato per le iniziative, i progetti intrapresi per qualificare la vita del paese, dotandolo di strutture e servizi per consentire e sviluppare la comunità nella cultura, nell’economia sostenibile, nella responsabilità sociale, nella coscienza di vivere e rispettare il proprio ambiente e territorio, rispettoso ed orgoglioso delle proprie identità, storia e tradizione, ma allo stesso tempo aperto a nuovi incontri, nuove culture, al mondo. Valori fondamentali premiati da Cittaslow sono l’attenzione al tempo ritrovato, dove l’uomo è ancora protagonista del lento, benefico succedersi delle stagioni, il rispetto per la salute dei cittadini, la genuinità dei prodotti e della buona cucina e l’accoglienza dell’altro (12).
Ruolo fondamentale anche quello della Comunità di Valle, in particolare per le politiche intraprese e seguite dall’Assessorato alla valorizzazione del territorio, ambiente, agricoltura, turismo e foreste.
Grazie al Progetto di Sviluppo Sostenibile finanziato dalla Provincia Autonoma di Trento, la Comunità di Valle ha potuto intraprendere delle azioni di analisi e promozione del proprio territorio, dalle produzioni agricole al suo paesaggio includendo il patrimonio culturale ad esso correlato, con l´obiettivo di aumentare la consapevolezza circa la sua valenza e migliorare le sinergie tra agricoltura e turismo. Con l’Accademia della Montagna e l’Associazione Artigiani è stato proposto un corso per rimpossessarsi della tecnica di costruzione dei muretti a secco, che sono considerati come un biglietto da visita ormai a livello internazionale. La collaborazione con l’Alleanza Internazionale per il Paesaggio Terrazzato(ITLA) (13) ha portato la Valle ad essere di fatto considerata in un network nazionale ed internazionale di territori terrazzati come uno dei rari esempi in cui tuttora l´agricoltura di versante viene mantenuta in modo attivo e produttivo. Tra le ultime e più significative attività collaterali nate da questa collaborazione c´è il documentario dal titolo “Contadini di montagna” a cura del regista Michele Trentini, che fotografa con il realismo di alcuni colloqui padre-figlio il passaggio dal passato al presente dello sviluppo agricolo della Valle. Oltre all’agricoltura il Progetto Sviluppo Sostenibile ha previsto delle azioni mirate anche per il recupero della biodiversità agricola e l´individuazione di soluzioni fattibili in termini sia di coltivazione che di mercato legate alle produzioni agricole di montagna. All’interno del progetto su biodiversità agricola ed agricoltura biologica affidato al Dr. Giorgio Perini, sono state promosse, a cavallo tra febbraio e marzo 2014, le serate di approfondimento “Pillole di agricoltura Biologica” in cui, con esperti della Fondazione Mach accompagnati di produttori privati, si è cercato di capire quale tipo di agricoltura possa garantire una congrua integrazione al reddito in quelle zone della Valle dove maggiore è stato l’abbandono dei terreni agricoli. L’auspicio degli organizzatori è che si arrivi alla costituzione di un’associazione dedicata, la formula più indicata per continuare a perseguire nella pratica questi obiettivi anche alla luce delle indicazioni contenute nelle premesse della prossima Pianificazione di Sviluppo Rurale (PSR 2014-2020) (14). Alla luce dell’interesse riscontrato, per agevolare coloro che intendono veramente recuperare vecchi terreni abbandonati o semplicemente ripristinare i terrazzamenti esistenti, è stato promosso un bando ad hoc.
la Rete delle Riserve Alta Valle di Cembra-Avisio è un ente recente, costituito solo da una parte di amministrazioni comunali. Si tratta di un nuovo strumento per gestire e valorizzare le aree protette in modo più efficace e con un approccio dal basso, attivato su base volontaria dai Comuni in cui ricadono sistemi territoriali di particolare interesse naturale, scientifico, storico-culturale e paesaggistico. È questo in sintesi, il senso delle reti di riserve, introdotti con la L.P. 11/07 “Governo del territorio forestale e montano, dei corsi d’acqua e delle aree protette” che ha convertito in termini istituzionali il concetto di rete ecologica e di coerenza di cui parla la Direttiva Habitat (15).
Infine, fondamentali per la valorizzazione e conoscenza del territorio, la pubblicazione di alcune guide che portano ad esplorare il territorio cembrano. In particolare la guida al “Sentiero dei vecchi mestieri“ interessa tre dei comuni con il maggior territorio agricolo recuperabile: Sover, Grumes e Grauno. La guida “La via dell’uva” di prossima pubblicazione, è invece un lungo percorso nel paesaggio orizzontale dei vigneti da Lavis a Segonzano, percorrendo solo strade interpoderali.
Conclusioni
L’orizzontalità è quindi insita nel territorio e nel tessuto sociale della Valle: concertazione, associazioni, consorzi, formano quel tessuto dal basso necessario per la crescita delle comunità.
Il 2014 è stato proclamato dall’ONU “Anno internazionale dell’agricoltura famigliare” segno che anche le più grandi istituzioni internazionali hanno riconosciuto il ruolo che la “piccola agricoltura” ha e potrà avere per il mantenimento della sovranità alimentare, la biodiversità agricola, il paesaggio e la stabilità idrogeologica dei versanti, nonché come funzione di coesione sociale. Investire in agricoltura non va inteso come un ritorno al passato, ma come uno stimolo alla nascita di attività rivolte alla produzione di qualità -eccellenze- per soddisfare un numero sempre crescente di consumatori consapevoli, settore in cui la Valle può ritagliarsi un ruolo competitivo.

 

1 M. Amoroso, R. Gottardi, S. Paolazzi, G. Piffer, La Via dell'uva In Valle di Cembra, Comunità della Valle di Cembra (in attesa di stampa)
2 Sistema di allevamento a parete verticale. 
3 La fitta rete di strade interpoderali ci rivela indirettamente uno degli aspetti che più contraddistinguono lo spazio agrario cembrano: la sua estrema frammentazione e parcellizzazione. 
4 Il termine Ceole / Ceola. Il termine, in uso in alcuni paesi, deriva dal medievale zeulla o zeola e indicherebbe uno spazio agricolo disposto a pianoro con annesse delle abitazioni. 
5 In Trentino, all’insediamento di matrice romanza a nucleo si sovrappose in periodi storici differenti la tipologia di colonizzazione del territorio a maso, di derivazione germanica. Dopo l’anno Mille, con la fondazione dei Principati Vescovili di Trento e Bressanone, e successivamente con il controllo dei Conti di Tirolo, si incentivò questo sistema di popolamento, anche richiamando coloni “tedeschi” a dissodare nuove zone. Alcuni masi, forme primarie di colonizzazione, con il tempo vennero suddivisi tra più proprietari e crebbero acquisendo carattere di piccola frazione o abitato, come numerosi abitati dell'alta valle o del Comune di Giovo. Dal XVII secolo invece, la tipologia di colonizzazione a maso venne usata come risposta all’esponenziale crescita demografica, con la messa a coltura di alcuni nuovi fondi -novali- tra i più distanti dai centri abitati. 
6 M. Yourcenar, Memorie di Adriano, Torino, Einaudi, 1963 
7 F. Bartaletti, Geografia e cultura delle Alpi, Milano, Franco Angeli, 2004 
8 Non erano ammessi i forestieri: come tali potevano essere indicati anche chi originario dal paese vicino 
10 M. Falcetti, Atlante viticolo della Valle di Cembra: il contributo del progetto di zonazione alla conoscenza, gestione e valorizzazione del vigneto della Cantina La Vis e Valle di Cembra, 2007 F. Corrado, G. Dematteis, A. Di Gioia (a cura di) Nuovi montanari. Abitare le Alpi nel XXI secolo, Franco Angeli, 2014 
11 Cittaslow è un movimento nato nel 1999 con l’obiettivo di allargare la filosofia di Slow Food alle comunità locali e al governo delle città. Nel Novembre 2011a Friburgo, Grumes è diventata ufficialmente socia di Città Slow International: la rete delle città del buon vivere. 
12 Sito internet: http://www.lostellodigrumes.it 
13 Si veda a tal proposito l'articolo firmato da Timmi Tillmann 
14 Il principale quadro normativo di riferimento del PSR è il Regolamento (CE) 1698/2005 che disciplina il sostegno allo sviluppo rurale da parte del Feasr (Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale). Fonte: www.europarlamento24.eu 
15 È la Direttiva del Consiglio Europeo del 21 maggio 1992 “Conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche”. Lo scopo è "salvaguardare la biodiversità mediante la conservazione degli habitat naturali, nonché della flora e della fauna selvatiche nel territorio europeo degli Stati membri al quale si applica il trattato" (art 2). Per il raggiungimento di questo obiettivo la Direttiva stabilisce misure volte ad assicurare il mantenimento o il ripristino, in uno stato di conservazione soddisfacente, degli habitat e delle specie di interesse comunitario elencati nei suoi allegati.

1 Comment

  1. Complimenti molto interessante, specialmente in relazione al “mondo” dei paesaggi terrazzati .
    Ed, in prospettiva, del convegno interrnazionale che si terrà quest’anno in varie parti d’Italia e, per quanto mi riguarda più da vicino, lo sviluppo/recupero del Ciglione carsico e dei suoi pastini che sovrastano Trieste.
    Inoltre per il corretto utilizzo di fondi/finanaziamenti per lo sviluppo agricolo.
    riccardo ravalli

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